Voli, città, fusi orari. Che tempo farà a NY? Il fatto che in Messico negli ultimi anni si siano verificati solo due uragani mi impone di portare il Kway? I monsoni in India: ombrello o poncho? In un itinerario complesso come il nostro nulla può essere lasciato al caso, e quando si incontrano un’anima ferocemente organizzatrice come quella di Irene e quella “ma sì, metto un po’ di cose nello zaino e andiamo”, come la mia, è impossibile non affidarsi all’anima organizzatrice. La quale, tuttavia, non può non prestare attenzione alle fisime di un vecchio ipocondriaco.

Dunque: 4 valigie, due da caricare in aereo e due sulla spalla. Quelle per la stiva massimo 23 kg, quelle a mano tra i 7 e gli 8. Cominciamo da quelle piccole, che evidentemente nascono per evitare drammi da valigia persa: si può sopravvivere senza trucchi, ma non senza mutande. Dunque nei nostri zaini troviamo cambi per 3/5 giorni, il kway sopracitato, una felpa “perchè non si sa mai”, biancheria e libri, attrezzi tecnologici, quante medicinale (su tutti, ovviamente, il mai troppo apprezzato Tavor e l’indispensabile repellente per gli insetti, nel quale le mie fobie, per la gioia della povera Irene, troveranno conforto soprattutto nella battaglia contro l’indisponente fauna di insetti compresa tra Messico e India. Menzione d’onore per il compagno Imodium, che sicuramente farà irruzione un giorno o l’altro).

Ma torniamo alle valigie, quelle da stiva stavolta. Nelle quali ovviamente ci va il resto delle roba, divisa equamente in due perchè, sempre seguendo la filosofia del “non sia mai”, appunto non sia mai sparisca una vaglia, nell’attesa che questa torni, almeno in quella che resta c’è roba per entrambi, necessaria per mantenere una dignità per più di qualche giorno a venire. Contro ogni pronostico, le nostre pesano molto meno di 23 chili. Cosa piuttosto preoccupante, perchè ciò darà adito (a Irene) di portare più cose. Mancano certamente pacchi e pacchi di cracker che saranno il mio pranzo nei giorni indiani, dove, mentre la mia dolce metà assaporerà spezie indiane e ogni tipo di intingolo, io mi ingozzerò – mezza pensione, gioie e dolori – di Tuc e GranPavesi. Del resto, solo così metterò a tacere i mostri delle malattie pensate che di certo mi diagnosticherò in questi giorni (povera donna, la mia Irene. Non sa cosa la aspetta).

Concludendo: il viaggio è decisamente complesso, e merita attenzione a ogni dettaglio. Un viaggio che non si può affrontare da soli. Cioè, al netto dell’agenzia (evviva il CTS di Tivoli), è importante uno spirito analitico e organizzativo: dunque è fondamentale la presenza di Irene, per me. Per lei forse in certe tappe sarebbe meglio se io non ci fossi: ha dalla sua parte l’arma del Tavor. Sciolto nel sakè di Tokyo, mi farà dormire per tutta l’India. Amore, che idea ti ho dato?

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